ONLINE I MATERIALI DEL XV SEMINARIO DI EDUCAZIONE INTERCULTURALE

Alla XV Edizione del Seminario di Educazione Interculturale dal titolo Tutto deve essere ripensato, tutto deve ricominciare” è stato affrontato in più aspetti il tema della ripresa della scuola dopo un anno e mezzo di pandemia.

Qui di seguito, disponibili anche nel nostro canale YouTube e sulla pagina ufficiale di questa edizione del seminario, abbiamo pubblicato i video degli interventi dei relatori: i prof. Marco Aime, Roberto Mancini e Valentina Pazè, l’ingegnere Gianluca Ruggieri e la dottoranda Sara Lorenzini.

 

Prof. MARCO AIME – DOPO LA PANDEMIA, CHE FARE?

Dopo aver ripercorso gli avvenimenti e i modelli sociali del prima, durante e dopo la pandemia, il prof. Aime ha parlato della sfida educativa che attende i docenti alle porte del nuovo anno scolastico e degli anni a venire. Racconta di come il sistema che abbiamo costruito abbia amputato il concetto naturale di sviluppo di una sua parte significativa, intendendolo esclusivamente come crescita continua e in accelerazione, senza tener conto del futuro e del concetto di limite delle risorse. Questa continua accelerazione ha portato quindi ad una riconfigurazione del modo di relazionarsi e di percepire la realtà, con una conseguente dilatazione del presente, a scapito del passato e del futuro.

La pandemia ci ha portati poi ad una sospensione, ad una paralisi che ha messo in luce l’estrema fragilità di tale sistema. Un sistema che, al contrario, non prevedeva né interruzioni né riserve, e che per questo è entrato in crisi.

Pertanto, di fronte a uno scenario in cui è venuto meno il concetto di responsabilità, possiamo “immaginare di essere tutti passeggeri di uno stesso treno che si è fermato e che bisogna far ripartire”. Ora, possiamo decidere di farlo ripartire come o, addirittura, più veloce di prima, fingendo che non sia successo nulla, ma con la conseguente probabilità che prima o poi qualcosa si romperà e farà fermare il treno definitivamente; oppure possiamo “ripartire, ma un po’ più piano” seguendo un modello di “decrescita”, da intendersi come “tentativo di ripensare lo sviluppo […] come razionalizzazione e ridistribuzione”.  Per quanto questo comporti dei sacrifici, sono senza dubbio necessari per lasciare qualcosa alle prossime generazioni. E chi meglio di loro può far ripartire questo treno? D’altra parte sono loro i reali detentori del futuro.


Prof. ROBERTO MANCINI – RICORSTRUIRE LA SCUOLA

Il Prof. Mancini ha invitato i docenti a ripensare la scuola secondo una logica biofila, che prenda quindi un po’ più le distanze dalle dinamiche del potere ed aiuti a formare studenti che sappiano governare le situazioni della vita con passione e creatività, una scuola che non si limiti a preparare i ragazzi al mercato del lavoro, ma che “esprima il meglio della saggezza della cultura umana e la ponga in sintonia con la vita”.


Prof.ssa VALENTINA PAZE’ – DAL COSTITUZIONALISMO STATALE AL COSTITUZIONALISMO MONDIALE

Partendo dalle origini del costituzionalismo, quale teoria dei limiti del potere, la prof.ssa Pazè ha guidato i partecipanti in una riflessione sulla contrapposizione tra l’universalismo e l’effettività di una costituzione, evidenziando la necessità di una trasformazione, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti portati dalla pandemia.

Si pone infatti dinanzi a noi una nuova duplice sfida: da un lato quella di costruire nuove garanzie, pur consolidando quelle già in vigore, con particolare riferimento ai diritti sociali; dall’altro contrastare quella nuova forma di assolutismo costituita dai “poteri” privati dei quali non si era tenuto conto in passato.

“Le Costituzioni sono nate per gestire il potere assoluto dei sovrani. Oggi dobbiamo limitare il potere assoluto del mercato e delle multinazionali e, per far questo, abbiamo bisogno di una Costituzione della Terra […]”. Si tratta di un progetto aperto volto ad “universalizzare le istituzioni di garanzia dei diritti”. Straordinaria utopia? Forse così appare in questo momento ma, d’altro canto, “la storia va avanti anche per utopie” ed il progetto va identificato come un “programma politico globale che collega le battaglie sociali già oggi in atto”.


Ing. GIANLUCA RUGGIERI – LA SFIDA DELLA TRANSIZIONR: 30 ANNI PER RIFARE TUTTO

L’ingegnere Gianluca Ruggeri, professore e ricercatore presso l’Università dell’Insubria, nonché attivista energetico e socio fondatore di Retenergie, è intervenuto al seminario per parlarci del ruolo che la tecnologia, l’economia, la politica e la società hanno per sviluppare la transizione energetica entro i prossimi trent’anni.

Dopo aver offerto una panoramica dei consumi energetici internazionali, delle ricadute sociali del cambiamento climatico e delle prospettive per la transizione ecologica, Ruggeri ha affermato che per raggiungere gli obbiettivi previsti dall’Accordo di Parigi e procedere alla decarbonizzazione è necessario operare in un sistema che tenga conto tanto della dimensione ambientale quanto di quella sociale, attraverso l’azione integrata di tecnologia, politica, economia e persone.

Per raggiungere gli obiettivi prefissati, quindi, non basta la sola implementazione della tecnologia o il solo cambiamento dei comportamenti individuali, ma è necessaria una combinazione tra il cambiamento tecnologico e quello comportamentale, con un coinvolgimento diretto non solo in termini di consumatori, ma anche di responsabilità.

“Abbiamo comunque un grande bisogno di immaginazione e di non dare per scontate certe cose. Abbiam bisogno anche di visionari, perché rifare il mondo come è stato costruito in un momento di grande disponibilità di combustibili fossili quando non c’è più questa disponibilità […], forse non è la strada migliore per raggiungere i risultati di cui abbiamo bisogno”.


SARA LORENZINI – DALL’AZIONE CLIMATICA ALLA GIUSTIZIA CLIMATICA: IL RUOLO DEI MOVIMENTI SOCIALI TRA RESISTENZA E REPRESSIONE

Con Sara Lorenzini affrontiamo il tema della giustizia climatica e ambientale nell’ottica delle disuguaglianze, portando alla luce il ruolo dei grandi e piccoli movimenti sociali tra resistenza e repressione.

Tali movimenti, pur lottando per scopi specifici diversi – dalla lotta alla privatizzazione delle acque, a quella contro gli inceneritori nell’amazzonia ecuadoriana – nascono tutti con una rivendicazione comune: quella di denunciare l’impatto che il cambiamento climatico, i disastri ambientali e l’azione dell’uomo sull’ambiente hanno anche sui diritti umani.

Fin dagli anni ’80, infatti, alcuni movimenti rivendicavano come la distruzione ambientale avesse ripercussioni importanti sulle loro vite, incidendo sul loro diritto alla salute, all’acqua, alla casa e alla partecipazione in maniera significativa e, soprattutto, diseguale, impattando maggiormente le comunità più marginalizzate.

Quando si parla di cambiamento climatico occorre quindi tenere insieme la dimensione ambientale e quella sociale, focalizzandosi anche sul divario tra gli impatti sulle comunità locali  e le responsabilità dei grandi emissori.

Movimenti come Fridays For Future, Climate Justice Alliance, Giudizio Universale, La Via Campesina, ecc. non si battono esclusivamente per la difesa dell’ambiente in sé, ma anche ad un livello ontologico, poiché “nel momento in cui si distruggono territori, si distruggono anche delle culture, delle tradizioni, dei saperi e delle vite”. 

L’obiettivo comune è dunque quello di politicizzare la questione climatica, non riducendola solamente a fenomeno naturale, ma collocandola all’interno di un preciso contesto geografico e storico e attribuendo specifiche responsabilità.

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