L’educazione può farci comprendere in profondità che siamo tutti legati in quanti cittadini di una comunità mondiale e che le sfide che dobbiamo affrontare sono interconnesse.”

Ban Ki-moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite

 

Nei giorni 9-10 settembre 2016 si è svolto, nella sede del Liceo Medi di Senigallia, il X Seminario di Educazione Interculturale promosso da CVM di intesa con il MIUR, il MAECI, l’Unione Europea e  patrocinato  dalla  Focsiv e dal  Comune di Senigallia. Il Seminario, di dimensione internazionale, rappresenta ormai un appuntamento obbligato per quanti operano per una riforma del pensiero e della scuola che deve costruire, in linea con  i tempi, nuove cittadinanze ed in particolare quella planetaria. Il numero dei partecipanti di 220 – proveniente da diversi paesi europei e da tutta l’Italia –  è stato determinato dalla capienza della sala, in quanto molti altri avrebbero voluto essere presenti, ma non è stato possibile per vincoli di sicurezza.

La mattinata di venerdì  9, dopo l’incipit da parte del Dottor Daniele Sordoni, Dirigente del Liceo Medi,  si è aperta con i saluti delle numerose autorità intervenute: l’assessore alla Cultura della regione Marche Loretta Bravi, l’assessore alla cultura del Comune di Senigallia Simonetta Bucari, il presidente Focsiv Gianfranco Cattai, il presidente CVM Paolo Padovani. Tutti hanno ringraziato i presenti per l’impegno che metteranno nel formare le nuove generazioni all’etica della solidarietà in un momento i cui a Calais nuovi ed assurdi muri rischiano di riportare  indietro il cammino della storia dei Diritti Umani.

E proprio di questo cammino nell’intervento“Diritti umani e cittadinanza nella società multietnica” ha parlato il professore Marcello Flores D’Arcais dell’Università di Siena ricordando la felice stagione del 1948 che ha ricostruito, sulle macerie della furia nazista e della tragedia di Hiroshima e Nagasaki , l’humanitas  perduta grazie alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Trenta meravigliosi articoli – che sanciscono i diritti individuali, civili, politici, economici, sociali, culturali di ogni persona –  costituirono il basamento per il riconoscimento incondizionato della dignità di ogni essere umano. Si discusse allora sulla dimensione universale di quei diritti in quanto, come Franklin D. Roosevelt osservava, non esisteva un’universalità di Cultura a causa anche dell’ancora non liquidata questione coloniale. La grande rivoluzione del 1948 è rimasta per trent’anni “in frigorifero” per la guerra fredda. La cultura dei DDUU viene ripresa nel trattato di Helsinki del 1975. Di particolare rilievo è il paragrafo VII relativo al  Rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, inclusa la libertà di pensiero, coscienza e religione, che testualmente afferma: “Gli Stati partecipanti rispettano i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo per tutti, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione. Essi promuovono e incoraggiano l’esercizio effettivo delle libertà e dei diritti civili, politici, economici, sociali, culturali ed altri che derivano tutti dalla dignità inerente alla persona umana e sono essenziali al suo libero e pieno sviluppo”. Questa Dichiarazione di principio sembra teoricamente essere diventata generale e condivisa tra gli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo, ma il nuovo corso della storia pone nuove sfide e difficoltà. Il fenomeno migratorio rischia oggi di mettere in crisi e negare quando conquistato nel lungo iter della storia, se non in linea di principio (anche se in alcuni casi avviene  anche questo) certamente nella pratica di governo e di amministrazione. Una chiave di volta è la distinzione tra diritti civili e politici da un lato e diritti economici e sociali dall’altro. I primi sono negativi, per cui è sufficiente abolire con divieti generali ciò che si ritiene ingiusto; i secondi sono positivi e – diversamente – richiedono ulteriori precisazioni normative per definire cosa esattamente gli altri sarebbero obbligati a fare. Questi ultimi quindi sono legati alla condizione di cittadino e non riguardano la persona come tale. Così, per via traverse, la Cittadinanza torna ad essere la condizione sine qua non quei diritti vengono attribuiti, negandone l’automatica e incondizionata appartenenza in quanto essere umano.

Sul filone della cittadinanza ha proseguito l’antropologo Alberto Salza nell’intervento “Come si diventa cittadini quando manca tutto”. In un excursus sulle situazioni di alcune popolazioni indigene in cui Salza ha vissuto, egli definisce la cittadinanza  una sorta di ossessione patologica. Oggi l’uomo da tempo abita luoghi a geometria variabile e parlando di se stesso ha precisato di essere nero, bianco, giallo, rosso e di tutte le trentasei sfumature di pelle che l’antropologo Felix von Luschan ha identificato nell’umanità; si è definito  ebreo e hindu e mussulmano e cristiano e buddista, oltre che agnostico e idolatra di feticci africani; carnivoro e vegetariano; tifoso di ogni squadra e appartenente  a tutti i partiti politici, per poter combattere sotto tutte le bandiere e fermare ogni guerra, da soldato. Si sente persona del Sud arrivata dal Nord e da ogni direzione della Terra. Salza afferma che ciascuno di noi è formato da tutti coloro che si incontrano  durante tutti i giorni della vita, in quanto l’identità  – come la cittadinanza – non è data dall’alto ma la si costruisce attraverso le relazioni.

Quindi è stata la volta di Jean Fabre, esperto dell’ONU, che nella sua relazione “La cittadinanza mondiale: nuovo abiti mentali” afferma che recenti eventi su vari continenti ci fanno capire quanto,  più di 60 anni dopo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, i suoi principi fondamentali non siano ancora stati realizzati… Occorre dunque dare importanza alla riflessione filosofica, a una educazione civica di stampo moderno, non rinchiusa in una visione nazionalista o etnocentrica ampiamente superata dai fatti,ma avviare le nuove generazioni all’apertura, all’empatia, alla scoperta della diversità culturale e i suoi pregi, mettendo le cose nel contesto dell’interdipendenza mondiale di fatto. Le nuove generazioni devono avere la capacità di riflettere con mens critica su ogni legge, ogni regola, ogni istituzione, ogni tipo di scambio per capire quali valori rispecchiano e decidere se va bene o si debba cambiare.

Alla fine della mattinata il compito di incanalare sul piano concreto le suggestioni aperte dalle lezioni magistrali dei relatori è spettato a Italo Fiorin dell’Università LUMSA di Roma. Questi, attraverso il tema “Il Service Learning: un ponte tra scuola e territorio”, ha evidenziato come sul piano pedagogico siamo di fronte ad una proposta che si rivolge all’integralità della persona. La nuova cittadinanza promuove lo sviluppo della mente (la testa ben fatta), della mano (la competenza nell’azione) e del cuore (la disponibilità verso gli altri, la solidarietà). Cittadino non si nasce ma lo si diventa attraverso l’esplicazione di doveri e ruoli utili alla Comunità. La responsabilizzazione degli studenti nei confronti dei bisogni sociali presenta un importante modo di espressione della nuova cittadinanza. Il ‘servizio’ non è un percorso a senso unico, da chi lo offre a chi lo riceve, non è assistenzialismo, ma una forma di aiuto reciproco, nella quale chi dà, anche riceve, e non solo in termini di gratificazione personale, ma di apprendimento nell’orizzonte della costruzione dell’unica, grande Comunità Umana a cui tutti appartengono.

Laboratori interattivi e pratici hanno poi animato il pomeriggio di venerdì, mentre in una sala dell’Hotel Palace i professori Universitari in un Focus Group riflettevano sulle possibilità  di intervenire sui curricoli scolastici e universitari, con lo scopo di conciliare le Indicazioni Nazionali con la proposta pedagogica del Documento Unesco sull’Educazione alla Cittadinanza Mondiale ( 2015), che ha costituito il filo rosso di tutto il Seminario. Nella serata di Venerdì con un toccante spettacolo su  “L’ultimo viaggio del capitano”, per la regia di Mario Fracassi, la letteratura è tornata a primeggiare nella formazione di chi – educando –  non può non curare la propria anima e orientarla all’arte.

Sabato mattina, dopo i saluti  del presidente del Consiglio della Regione Marche Antonio Mastrovincenzo e del dottor Giancarlo Mariani dell’USR , la parola è spettata a Ramón López Facal (Universidad de Santiago de Compostela, España) con la relazione “L’educazione alla cittadinanza oggi”. L’educazione valoriale non può essere insegnata con una metodologia trasmissiva tradizionale perché  i valori non vanno insegnati, ma vanno sviluppati nella pratica.  In questa ottica  in Spagna l’Educazione alla Cittadinanza non è una disciplina a sé ma è un approccio trasversale ed interdisciplinare che tuttavia è a carico soprattutto degli insegnanti.  Due sono le strade  privilegiate di questa educazione. 1) Lo studio dell’ambiente e del paesaggio, in quanto il senso dell’universalità si identifica nel locale: il locale è universale e l’universale si riflette nel locale. Occorre utilizzare scale diverse 2) La memoria storica, perché essa  dà risalto alle vittime di tutte le ingiustizie del passato: le vittime della colonizzazione, guerre, genocidi, dei “perdenti” di ogni momento contro quelli che hanno vinto. Nella proposta spagnola, esplicitata in buone pratiche scolastiche, si intrecciano la dimensione cognitiva, affettiva e comportamentale.

La professoressa Catia Brunelli in “La geostoria delle migrazioni”, ha illustrato la proposta di UDA interdisciplinari in linea con il Documento UNESCO sul tema della migrazione che possono caratterizzare un curricolo verticale (dai 5 ai 18 anni). Nel caso della finalità individuata per i bambini dai 5 ai 9 anni d’età – diretta a favorire nel soggetto la rappresentazione mentale di se stesso come homo migrans –  è possibile reinterpretare una prassi educativo – didattica abituale con la ricostruzione dell’albero genealogico, e con esso si incoraggiano i bambini a rispondere alle domande “Chi sono? Da dove vengo?” Composta su una base cartografica raffigurante il planisfero, la rete delle origini della propria identità potrebbe assumere connotazioni interculturali interessanti. Spesso i nostri antenati non sono nati o non hanno vissuto la loro vita nel luogo in cui noi siamo nati e vissuti: promuovendo una conversazione guidata sulla base di questo tipo di mappa spazio-tempo riferita al sé e al proprio gruppo è possibile favorire la concettualizzazione di come la condizione di migrante appartenga a tutti e di come l’identità personale non sia monolitica, ma plurale. Tra i 9 e i 12 anni si intende promuovere la presa di coscienza di come la condizione di homo migrans sia comune a fasce di soggetti quali i bambini, gli adolescenti o, meglio ancora, quelle delle donne con cui gli allievi sono in relazioni, superando l’astrattezza di presentare solo movimenti di popoli  (gli Unni, i Mongoli, gli Aztechi, i Normanni, i Vichinghi e così via) che spesso risultano essere piuttosto distanti dal loro vissuto e dal loro contesto. Per i ragazzi e le ragazze che hanno tra i 12 e i 15 anni, la finalità inerente alla cittadinanza mondiale riferita alla migrazione è quella di comprendere che la condizione di homo migrans implica il godimento di diritti e l’assunzione di doveri. È possibile, per esempio, proporre delle situazioni di flipped-classroom incentrate sullo studio del caso della Transmigrasi indonesiana, un programma “guidato” – in realtà coatto – di spostamento di intere comunità dalle zone demograficamente più popolate dell’arcipelago a quelle meno densamente abitate. Oltre a promuovere una riflessione sul godimento dei diritti e sull’osservazione dei doveri – nella prospettiva sia degli enti istituzionali che decidono in merito alle condizioni di migranti sia di coloro che sono protagonisti degli spostamenti –  questo caso di studio consente di ampliare lo sguardo alle implicazioni dei flussi socio-ambientali e culturali di gruppi umani. E lo fa interessando un luogo e un tempo abbastanza lontano, così da permette ai ragazzi un riconoscimento meno sofferto, più lucido. Per gli studenti tra 15-18 anni è possibile favorire la presa di coscienza che le migrazioni non vanno subite, ma intese come opportunità, per promuovere il cambiamento, l’attivismo. Cittadino del mondo è colui che è in grado di concepire la condizione di migrante come caratteristica strutturale dell’umanità, di accettarla, di empatizzare con essa, di considerarla normalmente propria e altrui, di difenderla, operando in direzione di un’inclusione valorizzante le diversità.

Anche il professor Antonio Brusa si è cimentato in “Storia e cittadinanza mondiale” nella presentazione di un curricolo sul problema della cittadinanza individuando quattro momenti chiave di riflessione: La cittadinanza romana/Un ’48 che conta, ma che non si studia molto/ La cittadinanza identitaria (e un altro ’48)/La cittadinanza sociale. Il caso di Roma fu probabilmente unico nell’antichità mediterranea. In un mondo di “cittadinanze esclusive”, quelle delle “polis” in primo luogo, Roma si caratterizzò fin dalle origini per la sua forte inclusività. La sua nascita è segnata dal meticciato di popoli molto diversi tra di loro (etruschi, sabini, latini); il suo percorso vede continuamente aggiungersi popoli e genti, i quali, dopo un certo periodo di tempo e una certa trafila, diventano pienamente “romani”, fino ad assumere cariche, aspirare al senato, al consolato. Da Westfalia nel 1648 si esce con un nuovo principio: gli abitanti legittimi di un territorio sono quelli che ne seguono le leggi. E’ dentro questo principio che si alimentano le rivoluzioni politiche che tutti facciamo studiare, che portano al nostro concetto di cittadinanza e alla vittoria di una parola: “cittadino”. Questa prima forma di cittadinanza moderna contempla il godimento di diritti quali la libertà individuale, l’inviolabilità del proprio corpo, la libertà di pensiero. Nel 1848 la nuova risposta è che la cittadinanza appartiene a “tutti quelli che parlano la stessa lingua, hanno la stessa cultura, eccetera”, come leggiamo ampiamente negli scritti dei nostri autori risorgimentali. Gli individui “omogenei” sono i cittadini del nuovo “Stato nazionale”. Questa diventa l’unica forma di stato accettabile, per ottenerla occorre combattere all’esterno una battaglia reale, e all’interno una battaglia culturale non meno dispendiosa, volta a “formare” il cittadino. Il risvolto di questa vicenda – che in molte nazioni europee si racconta come “epopea dell’indipendenza nazionale” –  è la reintroduzione di quel concetto che Westfalia aveva messo ai margini: il concetto di identità culturale. Da quel momento in poi, il cittadino è il portatore dei tratti identitari che quel dato Stato giudica legittimi. Con rapidità, le democrazie occidentali aggiornano il proprio concetto di cittadinanza, oggi ridefinita cittadinanza sociale.  Il cittadino non deve essere solo libero di pensare, esprimersi, muoversi; e non basta che il suo corpo sia inviolabile. Ha diritto a essere istruito, a essere curato, ad avere un’abitazione. Ha diritto a un lavoro. Non basta vivere. Occorre vivere civilmente. È la cittadinanza come la intendiamo oggi, e come viene intesa nella nostra Costituzione, a partire dagli articoli 1 e 3, che mettono insieme il diritto al lavoro, come dato identificativo del cittadino italiano, e l’eliminazione dei vincoli identitari (religiosi o di razza) nella definizione di cittadinanza. Questi diritti beneficiano, ancora a metà Novecento, della “sacrosantità” del garante, lo Stato.  Negli anni 70 sono diritti sacrosanti legati al Welfare. Oggi questo sembra relegato ai margini dai tempi difficili attuali, tuttavia la conoscenza di tale evoluzione è già, di per sé, un potentissimo strumento critico, che spazza via le interpretazioni sacralizzanti del concetto, le prese di posizione di principio. Sia quelle chiuse, sia quelle aperte. La storia ci dice chiaramente che il concetto di Cittadinanza è stato ripetutamente modificato, secondo le teorie sociali e politiche e le necessità dei tempi e sta in tutti noi, in qualità di soggetti di questa fase storica, attivare politiche in linea con il riconoscimento di una Nuova Cittadinanza.

La mattinata di sabato è stata chiusa da un’analisi condotta dal professor Massimiliano Tarozzi sulle politiche educative di 10 stati europei. La ricerca mostra come non solo gli attori politici governativi, ma anche quelli come le ONG, le autorità locali, il personale scolastico e le università, svolgono un ruolo decisivo nell’attuazione delle politiche dell’Educazione alla cittadinanza globale, così come nella creazione di una sensibilità diffusa e di collegamenti tra i diversi attori, che in alcuni paesi rischiano di avere poco coordinamento istituzionale con le scuole. Prevale la constatazione che  i documenti legislativi non rivelino mai l’attuazione delle politiche in chiave di Educazione alla Cittadinanza Mondiale, soprattutto nella riforma della scuola. Essi rappresentano piuttosto un’aspirazione ideale, un pensiero di pianificazione, una visione politica più che una vera e propria azione di trasformazione e la loro analisi è, di conseguenza, altamente interpretativa. Le aree di interesse dei diversi Paesi in merito all’Educazione alla Cittadinanza Mondiale riguardano la Sostenibilità; i Diritti Umani; l’ Uguaglianza; la Migrazione.

In chiusura della due giorni quindi, nel pomeriggio di sabato altri laboratori hanno caratterizzato questa alleanza tra teoria e pratica, tra scuola e società.

 

Il progetto della Cittadinanza mondiale | Interventi e riflessioni dal X Seminario internazionale di educazione interculturale